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Os fuzilados de Goya
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I fucilati di Goya
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Morremos
mas não abrimos mão do que sonhando, é mais do que estar vivo, é ter vivido o último percalço do equilíbrio. Os homens não toleram a consciência, nem se toleram como feras. E se à luz não se apegam, são mais tristes, duros, solitários. Gorjeando contra o frio, os ledos ossos. Morremos. Onde é alma, sobrevive. E toda a eternidade é ver o instante que as armas nos apontam com seu fogo. E mais que a pontaria, o grito enorme, como flores caladas junto aos olhos. São pálpebras que falam o seu ódio. O pelotão explode e nós olhamos na cara o vosso susto, a morte que nos dais, o sonho florescendo igual a um campo, onde fuzis plantados se levantam. E esta porta aberta sobre a morte. |
Moriamo
però non rinunciamo a quel ch’è il nostro sogno, che è più che essere vivi, è aver sorpassato l’ultimo intralcio all’equilibrio. Gli uomini non tollerano la coscienza, ma neppure tollerano sé stessi come bestie. E se non s’aggrappano alla luce, sono più tristi, più duri, più solinghi. Gorgheggiano contro il freddo, le liete ossa. Noi moriamo. Ma dove c’è un’anima, essa sopravvive. E tutta l’eternità sta nel veder l’istante in cui le armi ci puntano contro con il loro fuoco. E più che le armi puntate, il grido enorme, come taciti fiori vicino agli occhi. Sono palpebre che esprimono il proprio odio. Il plotone esplode e noi vi leggiamo in faccia lo spavento, la morte che ci date, il sogno che fiorisce come un campo, da cui fucili piantati si sollevano. E questa porta aperta sopra la morte. |
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| Goya El tres de Mayo (1813) |

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